mercoledì 26 febbraio 2020

Io e l'adorabile scimmione con la palla ovale



– No, Jean, non vengo con te. – Mio fratello era fastidioso come una zanzara quando stai per prendere sonno.
– Dai, Annabelle. Papà mi ha regalato due biglietti per la partita di domenica. – 
– E allora fattici portare da lui. – replicai categorica. Non avevo nessuna intenzione di sorbirmi ore in mezzo a uomini puzzolenti che urlavano a un gruppo di scimmioni scesi in campo per correre dietro a una palla ovale. Avevo altro da fare io. Depilarmi le ascelle, per esempio.
Jean, piccolo rompiscatole dodicenne, si era seduto per terra davanti al mio letto. Grossi lacrimoni gli bagnavano gli occhioni azzurri, ben sapeva come toccare il mio animo tenero e sensibile la canaglia. – Ti prego, sorellona.
– E va bene, – cedetti – ma tu porti a passeggio Skipper per tutto il prossimo mese. – Skipper era il nostro cane di dubbia razza, che amava rincorrere i gatti e azzannare le scarpe. Se si osava chiamarlo bastardino si offendeva e ce la faceva pagare “innaffiando” ogni angolo della casa.
– Sì! – urlò a squarciagola Jean, mettendo da parte in due nanosecondi lacrime e faccia triste e iniziando a battersi le mani sul petto e sulle cosce riproducendo in perfetto stile preadolescente stonato il grido di battaglia di una famosa squadra di rugby. Non ci sarebbero stati loro domenica, ma gli idoli di Jean: la nostra nazionale.

La partita era appena terminata e, oramai, anch’io ero completamente afona a forza d’incitare i nostri beniamini. Jean non stava più nella pelle, la sua squadra aveva vinto e ora lo speaker chiedeva il silenzio perché doveva annunciare il biglietto vincente di quella giornata. Oramai era diventata una prassi per la nostra nazionale, ogni volta che portava a casa una vittoria, veniva estratto un numero che corrispondeva a un biglietto d’entrata, il cui proprietario riceveva in regalo la palla usata nella partita appena vinta con la firma di tutti i giocatori.
– Sette-otto-nove-centoundici. – Sentire il numero scandito dall’altoparlante e vedere mio fratello schizzare dalla sedia e mettersi a girare intorno ululando, come un cane che tenta di mordersi la coda, fu tutt’uno. – Ho vinto. Ho vinto. – La nenia che stava gridando a squarciagola m’impedì di captare le seguenti istruzioni che stavano trasmettendo.
– Jean, smettila. Non ho capito niente. Se vuoi il tuo regalo devi stare zitto, dobbiamo capire come andarlo a prendere. – Le mie parole ebbero effetto immediato, la piccola peste si zittì all’istante, bloccandosi nel bel mezzo di un mezzo giro di contentezza. Sembrava che stesse giocando a “uno, due, tre, stella”. Bene, le istruzioni furono ripetute più volte, dovevamo solo presentarci a un addetto alla sicurezza dello stadio che ci avrebbe accompagnato a ritirare il premio. Ne avevo visto uno in fondo alla scaletta che portava al nostro spalto, appena lo avvicinammo, dopo aver controllato il biglietto, ci chiese se c’era un giocatore in particolare che preferivamo perché il premio consisteva anche di un servizio per un giornale assieme a lui. Jean non ebbe dubbi.
– Matthieu Dubois! – esclamò entusiasta.
Nella mia mente balenò un colosso biondo, che dal poster sul muro della stanza da letto di mio fratello, fissava torvo chiunque ne osasse varcare la soglia. Gli occhi blu ghiaccio ti fissavano sfrontati dalla carta patinata. Teneva la palla ovale tra le mani, la potenza dei suoi muscoli, ben delineati sotto la maglietta attillata, suggeriva che avrebbe potuto polverizzare quella palla, o qualunque altra cosa, senza fare il minimo sforzo. Il volto che, più di una volta mi ero incantata ad ammirare faceva invidia a quello di un angelo. Rosse labbra piene che chiedevano solo di essere baciate erano poste alla giusta altezza per poterlo fare. E, lo devo ammettere, un paio di volte lo avevo anche fatto, controllando che la porta della camera che non si aprisse per lasciar entrare la piccola peste. Sarei morta se Jean mi avesse trovato, gli occhi sognanti, appiccicata al suo poster con la faccia da ebete e il respiro affrettato in gola.
L’addetto alla sicurezza prese il suo cellulare e comunicò l’informazione a qualcuno in attesa, nel frattempo iniziò a guidarci in una serie di corridoi. Quel posto sembrava un labirinto, ora capivo come si era sentita Arianna, lei almeno aveva il filo! Speravo che il gentil giovanotto che ora ci stava facendo strada, lo facesse anche al ritorno, sennò sì che sarebbero stati dolori.
– Ecco siamo arrivati. – esordì finalmente quest’ultimo. Uomo di poche parole, niente da dire. Durante tutto il tragitto non aveva spiccicato una sillaba. Mio fratello, che era curioso come un cucciolo di gatto in una stanza piena di scatoloni, l’aveva assillato per tutto il tempo con domande sul suo idolo, ma questo niente. Zitto.
Aprì la porta, senza bussare, che si era profilata davanti a noi, invitandoci a entrare.
– Scordatelo, Pierre. Trovati qualcun altro. Io non ho nessuna intenzione di perdere tempo a fare foto con due mocciosi. Amélie mi aspetta. Vado con lei a festeggiare la vittoria.
Il giocatore dava le spalle alla porta, per cui non si era accorto che questa si era aperta e noi stavamo entrando. Pierre invece, che gli era di fronte, sì. Intercettai la sua occhiata, mentre appoggiava una mano sul braccio di quello che, visti i capelli biondi e la stazza, doveva essere Matthieu Dubois. Fece un cenno del capo indicandoci. Una quantità impressionante di muscoli guizzò sotto la maglietta, quando il giocatore di rugby torse il busto lentamente verso di noi.
– Maledizione! – Sentii l’imprecazione, detta a mezza voce, uscire dalla sua splendida bocca, proprio nel momento in cui io mormoravo freddamente. – Non si preoccupi, monsieur. Questi due mocciosi non vogliono certo essere d’impiccio per la sua serata romantica. – Detto questo, presi Jean, che aveva già iniziato a piangere, e non capivo se era per quello che aveva detto il suo idolo o per quello che stavo dicendo io, per mano.
Avevamo appena sorpassato la soglia della porta che la stessa voce, calda e sensuale, che ci aveva appena denigrato raggiunse il mio orecchio. – Mademoiselle, la prego. – Che mi pregasse pure, ma chi si credeva di essere? Solo perché era famoso credeva che noi fossimo obbligati a sopportare la sua maleducazione gratuita? Serrai più forte la mano di Jean e affrettai il passo.

Bussai alla porta della sua camera, volevo sentire come mio fratello avesse passato la notte, visto che la mia era stata tormentata da un paio di occhi blu.
– Avanti. – La voce era mesta.
Entrai, Jean era seduto in mezzo al letto. Abbracciai in uno sguardo la sua camera, il poster di Matthieu era sparito.
Mi si strinse il cuore. – Perché l’hai tolto? – chiesi.
– Era solo un pezzo di carta, non valeva niente.
Se avessi avuto davanti quell’arrogante che aveva fatto questo, l’avrei preso a pugni. Mi sedetti vicino a lui. Alzai una mano a spostargli un ciuffo di capelli che gli coprivano gli occhi, lo strinsi forte a me, non sapevo come consolarlo. Il suono del campanello d’entrata mi sollevò dal problema.
– Dai, vieni con me, sarà la mamma che si è dimenticata le chiavi, sbadata com’è. – lo esortai.
Non era la mamma. Davanti a noi, a riempire con il suo metro e novantacinque il vano della porta, stava Matthieu Dubois. Lunghe gambe muscolose fasciate in un paio di stretti jeans sostenevano un torace possente coperto da una maglia nera a maniche lunghe, non era vestito un po’ leggero per una giornata di febbraio? Tra le mani teneva una palla ovale. Mi si seccò la gola. Ehi, chiudi la bocca e prendilo a pugni, ti ricordi no del tuo proposito? Zittii immediatamente il mio grillo parlante personale e alzai gli occhi a incontrare i suoi, doveva essere illegale avere gli occhi di quella sfumatura. Chiusi la bocca, inghiottendo a vuoto cercando di staccare la lingua arida dal palato, a dire la verità l’avrei anche attaccata da qualche altra parte in quel momento, afferrai la mano di Jean che si era voltato, veloce, con tutta l’intenzione di rientrare in casa.
Cosa cavolo ci faceva, il dio greco, davanti a casa mia? E come ci era arrivato? Beh, il come era evidente, lì parcheggiata c’era una splendida Porsche nera, che non passava di certo inosservata. Mentre il mio sguardo ritornava a lui, wow, ricordai che avevo dato i miei dati alla guardia di sicurezza mentre ci accompagnava.
– Buongiorno. – Era visibilmente imbarazzato, ma io non avevo nessuna intenzione di trarlo d’impaccio. Almeno quello, visto che me lo stavo mangiando con gli occhi. – Posso entrare? – chiese, visto che io non accennavo a farlo accomodare. Sentii uno sfarfallio alla bocca dello stomaco, la sua voce calda mi confondeva. Cosa mi stava succedendo?
– Questo è tuo. – continuò lui porgendo la palla che teneva tra le mani a mio fratello che non accennava a prenderlo. Mollai la mano di Jean e lo spinsi leggermente in avanti.
– Grazie. – Jean non disse altro, ma almeno accettò la palla prima di dileguarsi all’interno della casa.
– Mi dispiace, non ho scusanti per la mia maleducazione di ieri. Non ce l’avevo con voi. Se lei e suo fratello mi deste la possibilità di rimediare, sarei onorato di accompagnarvi a cena. E se a Jean fa piacere, potrebbe passare una sessione di allenamento con l’intera squadra. – Sembrava sinceramente dispiaciuto e, anche se la mia coscienza avrebbe voluto sbattergli la porta in faccia rifiutando, qualcosa di caldo e strano, che mi faceva venir voglia di sospirare davanti al suo poster, mi stava illanguidendo il corpo. – Sì, si potrebbe fare, ma non penso che mio fratello stia tranquillo al ristorante. Si annoia facilmente. – risposi.
– Bene. Allora usciamo noi due, se le fa piacere. Le va bene se la passo a prendere stasera alle otto?
Mi piaceva questo suo modo di darmi del lei, mi sentivo come una dama d’altri tempi. Mi sarei aspettata che un giocatore di rugby fosse più rude.

Passai la giornata a prepararmi, non era mai successo che mi sentissi così tanto in ansia per un appuntamento, oltretutto questo non era nemmeno romantico lo faceva solo per scusarsi. Alla fine optai per un tubino nero, lasciai i capelli, che mi arrivavano alla vita, sciolti e mi guardai allo specchio. Sì, potevo andare. Un trucco molto leggero e uno scialle verde, lo stesso colore dei miei occhi, completavano l’insieme. Il cappotto lo avrei portato a braccio, tanto sentivo caldo e freddo tutto nello stesso tempo. Ero stata per tutto il giorno inquieta, il cuore sempre troppo veloce ogni qualvolta il mio pensiero correva a lui.
Poi Jean non è che mi aiutasse a non pensarci, oltretutto più si avvicinava l’ora dell’appuntamento più lui mi tormentava. – Ti sei innamorata. Ti sei innamorata di Matthieu. – Mi urlava addosso saltellando. Il poster era ritornato al suo posto e la palla aveva trovato sede, in bella mostra, sul tavolino del soggiorno, lui era entusiasta di poter passare un intero pomeriggio con i suoi idoli. Il suono del campanello lo fece zittire, stava per fiondarsi ad aprire, ma io riuscii a placcarlo. Ero terrorizzata all’idea che Jean sciorinasse la sua nenia davanti a Matthieu, che vestito elegante era ancora più bello, il mio cuore fece due salti mortali, e senza trampolino anche, alla sua vista. Pantaloni scuri, camicia bianca e giacca in tinta, semplice. Nei miei vent’anni non avevo mai visto niente di così accattivante portato con tanta disinvoltura. Tra le mani teneva un pinguino di peluche, niente fiori. Non banali fiori ma un pinguino. L’animale che io adoro più di tutti.
Sentii il gomito di mio fratello che mi s’impiantava tra le costole, era probabilmente per farmi chiudere la bocca ancora spalancata in cerca d’aria, mi girai verso di lui giusto per vedere l’occhiolino che fece a Matthieu. Ecco da chi il furbone aveva saputo che adoravo i pinguini. Dolce però. Un’altra prima volta, di solito i ragazzi si presentavano con fiori o cioccolatini, due cose che io cordialmente odiavo. Matthieu mi accompagnò fino alla sua splendida macchina. Si attardò ad aprirmi la portiera, prima di salire a sua volta. – Annabelle, mi permette di darle del tu?
E quando mai un ragazzo me l’aveva chiesto? Altra prima volta. – Certo.
Ero un po’ inquieta, avevo paura che la serata si rivelasse noiosa, di che cosa avrei potuto parlare con un giocatore di rugby? In realtà anche se la conversazione fosse scarseggiata, sarebbe stato gratificante uscire a cena con lui. Se avessi ricevuto un centesimo per ogni sguardo invidioso che mi lanciò ogni creatura di sesso femminile respirante, sarei la nuova aspirante Paperon de’ Paperoni. Era difficile passare inosservata al braccio di questo giocatore di rugby, scoprii.
Il locale era piccolo ed elegante, Matthieu mi fece accomodare prima di sedersi a sua volta. Ordinammo ed io quasi non riuscivo ad alzare il mio sguardo su di lui per paura di perdermi in quelle pozze azzurre. Finita la cena, avrei potuto scrivere un’enciclopedia sul rugby. Quando uscimmo dal locale, un vento gelido ci investì, il paesaggio, nelle tre ore che avevamo passato a chiacchierare, era notevolmente cambiato. Un manto bianco ricopriva ogni cosa, vedevo in lontananza mezzi spargisale che lavoravano per liberare la strada, ma la zona davanti al ristorante rimaneva impraticabile. Rabbrividii, avevo lasciato il cappotto nella macchina del mio accompagnatore, pensavo che dovendo fare solo pochi passi non mi sarebbe servito. Matthieu lo notò e da perfetto cavaliere si tolse la giacca e me la mise sulle spalle.
– Grazie. – mormorai. Guardai sconsolata la sua macchina lì davanti, sarebbe stato impossibile tirarla fuori dalla neve, sommersa com’era. Matthieu mi prese delicatamente per il gomito indicandomi la porta del locale.
– Forse è meglio se rientriamo, finché non puliscono la strada. – disse guidandomi verso il calore che usciva dalla porta del locale rimasta aperta. Il proprietario ci accolse, la faccia scura.
– Mi dispiace dirvi quello che ho appena saputo: tutte le strade sono impraticabili. La bufera di neve si sta scatenando proprio ora con inaudita violenza e i mezzi spazzaneve non riescono a farle fronte. Dovrete essere miei ospiti, purtroppo, se volete il mio è anche un hotel e ho ancora una camera libera. Perché qui, nel ristorante, non potete restare.
Matthieu si strinse nelle spalle e lanciandomi uno sguardo di scusa porse al gestore la propria carta di credito. Cosa avrei fatto una volta salita con lui? Matthieu, nonostante i suoi modi impeccabili dimostrati fino a quel momento, si sarebbe comportato bene? Ma che diamine avrei compiuto ventun anni fra meno di dieci giorni, avevo tra le mani un ragazzo con un fisico da sballo, quando mai mi sarebbe capitata un’occasione del genere? Salimmo in camera.
– Sei ghiacciata.
Matthieu, chiusa la porta, mi aveva tolto la giacca e lo scialle e ora mi stava massaggiando le spalle nude. Le sue mani calde mi provocavano brividi lungo la spina dorsale, sentii il suo fiato caldo contro la nuca dove, dopo avermi spostato di lato i capelli, posò la sua bocca tracciando una scia umida e bollente fino al lobo del mio orecchio. – Se lo vuoi, potrei scaldarti io…
Sì, digli di sì. Il mio cuore aveva alzato un cartello con scritto a lettere cubitali in giallo fosforescente: LASCIALO FARE. Ma no che la ragione aveva già il bidone della vernice nera pronto e, dopo averlo rovesciato sul cartellone, mi gridò: “Ehi, bella svegliati, tu non sei la sua Amélie, ti prende, ti scarica, non gli interessa niente di te e ti lascia piangente a leccarti le ferite.” Avanzai di un passo frapponendo tra noi uno spazio di aria fredda. Lo sentii sospirare, mi girai aveva abbassato le mani e se le era ficcate in tasca.
– Non ti preoccupare, mi metto sul divano.

Le giornate passarono veloci, anche se non riuscivo a fare niente, mia madre mi stava tampinando aveva capito che stavo male, ma io non volevo parlarne. Di Matthieu non avevo saputo più nulla. Mi ritrovavo a pensare ai suoi occhi nei momenti più disparati. Non ero più entrata in camera di mio fratello, avevo paura di mettermi a piangere davanti al suo poster. Stupida, stupida e ancora stupida. Come si fa a innamorarsi di una celebrità! E ancora peggio come si fa anche solo lontanamente a pensare che questa possa essere interessata a te?
Il mio compleanno venne e passò, non lo volli festeggiare, me ne stetti tutto il giorno in camera mia avvolta nello scialle verde. Lo stesso scialle che lui mi aveva tolto dalle spalle prima di posare le sue mani forti sulla mia pelle nuda. Ero seduta sul letto persa nel ricordo delle sue labbra sul mio orecchio, quando Jean spalancò la porta ed entrò tutto eccitato.
– Ho i biglietti per la partita di domenica. Mi accompagni?
Il mio pensiero corse all’ultima volta che avevo soddisfatto una sua simile richiesta. Stavo già per aprire la bocca e dire un secco no quando la mia voce interiore prese un megafono e mi urlò nel cervello: “Ma dico, domenica è San Valentino e tu vuoi rimanere in casa a piangere. Ma vai alla partita. Urla, strepita, sfogati.”
– Va bene. Ti accompagno.
Come al solito lo stadio era strapieno. I nostri posti questa volta erano proprio vicino alla postazione degli speaker. La partita finì ancora una volta con la vittoria della nostra squadra, ora ci sarebbe l’estrazione del biglietto. Avevo urlato, ma ogni volta che Matthieu aveva segnato ero rimasta muta, anche se dovevo ammettere che era veramente bravo. Vidi Jean mettere via il biglietto, questa volta non avevamo vinto.
– Per favore, – Il giornalista sportivo stava chiedendo silenzio – vi domando ancora un attimo di attenzione. Per favore date uno sguardo al campo.
Mi alzai in piedi per guardare meglio, i giocatori di tutte e due le squadre si muovevano veloci per il campo, sembrava quasi un balletto. Erano entrati degli aiutanti con dei carrelli pieni di oggetti rettangolari. Da lontano avevano l’aspetto di lavagne o di tabelle come quelle che le ragazze alzavano negli incontri di boxe.
Ogni giocatore ne prendeva una dal carrello, la guardava e poi, senza far vedere a noi del pubblico cosa c’era scritto, si metteva in una posizione ben specifica del campo. Sentii le note di Truly madly deeply invadere il campo, era la canzone dei Savage Garden che era in sottofondo nel ristorante il giorno che Matthieu mi aveva portato a cena. Appena le note finirono, vidi i giocatori che in un sol colpo girarono le tabelle contro il pubblico. Mio fratello sorrideva. Una figura, fin troppo familiare, si era portata in mezzo ai figuranti.
Si era inginocchiato e guardava dritto verso di me, qualcuno gli aveva portato un microfono e ora stava urlando al mondo la scritta che i giocatori avevano formato con i loro cartelloni: ANNABELLE TI AMO VUOI SPOSARMI. Teneva tra le mani il più grande pinguino di peluche che avessi mai visto. Solo con questo aveva preso il punteggio pieno.
Qualcun altro era arrivato a me e mi aveva piazzato un microfono davanti al viso. Sentivo di essere diventata rossa come un pomodoro, mentre la gente intorno a me, capeggiata dal furbetto del mio fratellino, aveva intonato un coro da stadio con le parole: “Sì, Annabelle. Dì di sì.”
Il cuore mi balzò in gola. Come potevo rifiutare.
– Sì. – gridai dentro il microfono. Ebbi appena il tempo di vedere Matthieu alzarsi e correre verso di me, prima che decine di braccia robuste mi sollevassero in alto sopra le loro teste facendomi scendere verso il campo. Appena raggiunsi la fine degli spalti, mi deposero a terra proprio davanti al mio scimmione. – Ti amo. – Mi sussurrò prima di baciarmi.
Un boato di applausi suggellò quella sua dichiarazione.

mercoledì 12 febbraio 2020

Primo post ossia parola chiave esperimento

Ciao a te che stai leggendo
questo post dovrebbe essere una dichiarazione di intenti, ma la verità è che, anche se le buone intenzioni sono molte, non so bene ancora che taglio avrà questo spazio che ho appena creato. Dato che l'ho creato con Blogger forse dovrei chiamarlo Blog e dire che sono una blogger, ma non so se lo sono. Tutto quello che so è che amo le storie, in modo particolare quelle che vengono raccontate nei libri.
Credo che i libri abbiano un super potere, un potere sovrannaturale, da qui anche in parte il titolo che ho dato a questo spazio, perché sono "solo" parole ma ti aprono porte su interi mondi.
Quindi in un certo si può affermare che chi ama leggere, chi è un BookLover, è un Viaggiatore tra Mondi che esistono solo dentro ai libri.
Senza alcuna presunzione di avere sempre ragione, ho scelto di raccontare questo mio viaggio nei vari mondi che visiterò (o libri che leggerò), se ti fa piacere accompagnarmi in questo viaggio lascerò tracce sotto forma di libri letti.
Buona lettura,
Deborah