Ho trovato ieri sera questo piccolo racconto che avevo quasi dimenticato, un ricordo da un momento della vita in cui le preoccupazioni erano altre e ora sembrano così insignificanti, spero sia utile a strappare un sorriso in questo momento così difficile.
Mi sovviene alla mente il giorno in cui dovevo dare la brutta notizia a mia figlia. Non era una cosa facile da dire.
Dovevo essere chiara, veloce e incisiva.
Senza provocare drammi, né disperazione, dovevo darle la notizia in maniera pulita, con un gergo che lei potesse capire, senza fronzoli o perifrasi elaborate.
La notizia non doveva perdersi nelle locuzioni della mia mente, ma arrivare dritta alla mia bocca e giungere senza indugio alle sue giovani orecchie.
Ma non era facile, no, non era proprio facile.
Il dolore che ancora offuscava il mio animo mi provocava un senso d’impotenza e inadeguatezza. Una lunga linea nera che partiva da un punto imprecisato del mio essere fino a raggiungere la mia creatività e la mia fame d’amore e farne di esse una poltiglia viscida.
Lei si avvicinò piano piano, eravamo nel giardino d’inverno, il sole pallido contornato da sbuffi di nebbia creava intorno a noi una sensazione d’inconsistenza e irrealtà.
La luce che entrava lieve dai vetri alimentava un’atmosfera antica. D’altri tempi.
Anch’io mi sentivo antica, una dama approdata per sbaglio in questo mondo, così violento, oscuro e crudele.
Un’anima fragile e solitaria che vagava nel nulla dei propri sentimenti.
Una frase sarebbe bastata da parte sua, una frase che sprofondasse nel mio io profondo e riuscisse a raggiungere quella parte di me oramai sopita, una frase per riportare a galla domande mai fatte e risposte mai date.
Ma lei se ne stava lì, seduta sul bordo della sedia, gli occhi spalancati e innocenti che mi fissavano in attesa di verdetto.
Come se già capisse che la nostra vita futura sarebbe dipesa da quell’unica frase, quell’unica notizia che io avrei dovuto darle.
Una notizia pesante, una domanda angosciante che il destino ci portava.
I suoi capelli, lunghi e lisci catturavano i raggi dell’ormai sole morente, mentre lei si chinava sul tavolino, prendeva in mano la teiera e versava il contenuto in due preziose tazze da te.
Basta non potevo indugiare oltre. L’ansia mi stava attanagliando il cuore e m’impediva di respirare.
Presi coraggio, puntai lo sguardo fermo nei suoi occhi e mi decisi.
«Spero proprio che tu non voglia lo zucchero nel te, perché l’abbiamo finito!»
Ecco finalmente l’avevo detto, me ne ero liberata ora potevo vivere serena.

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