Ero sulla più alta torre di Troia quando la ragazza, con cui stavo commentando il combattimento che si svolgeva nella pianura, mi disse d’intravedere un guerriero in fondo alla strada che scorreva sotto alle porte Scee. Mi girai, lo vidi e anche se era lontano, il mio cuore riconobbe Ettore immediatamente.
Gli corsi incontro con l’ancella che mi seguiva a grandi passi tenendo in braccio il piccolo Astianatte. Il mio caro marito sorrise a nostro figlio guardandolo con affetto e orgoglio, probabilmente pensando alle gesta che avrebbe potuto compiere un giorno.
Io non riuscivo a trattenere le lacrime, ero rimasta tutto il tempo nell’angoscia di non poterlo più riabbracciare, di rimanere sola. Le parole che gli dissi in quel nostro ultimo incontro erano pervase dai sentimenti, soprattutto preoccupazione ma anche amore.
L’unica cosa che gli chiesi ripetutamente fu di non andare, per una volta di non stare nel pieno dell’azione, lo supplicai di avere compassione non tanto di me, che sarei stata comunque destinata a quel dolore quando la sua vita avrebbe abbandonato questo mondo, ma per il piccolo Astianatte, per il nostro povero bambino che così presto sarebbe stato destinato a perdere il padre.
Ma egli mi rispose che il suo cuore non gli permetteva di restare fuori dalla guerra come un codardo.
Mi sono rimaste impresse queste sue parole poiché sono state quelle che hanno infranto le mie ultime e residue speranze di averlo ancora al mio fianco dopo la battaglia.
Non aveva mai avuto paura di morire, le sue uniche preoccupazioni sono sempre state, il mio futuro e una giusta sepoltura per il suo corpo, la prima è entrata nelle priorità appena dopo che diventammo marito e moglie.
Mi ricordo il momento in cui cercò di abbracciare il figlio, e lui si ritrasse non ricollegando Ettore-guerriero con Ettore-padre. Mio marito dovette togliersi l’elmo per farsi riconoscere, e quando alla fine ci riuscì, ridemmo entrambi.
Poi me lo porse, quella fu l’ultima volta che sorridemmo insieme.
Cercò di trovare un minimo di ottimismo per confortarmi anche se sapevamo entrambi che, nel futuro, dei periodi felici come quelli che ci avevano unito in passato non ce ne sarebbero più stati, solo morte per lui e terribile sofferenza per me.
Dopo le sue ultime parole m’incamminai verso casa seguita dall’ancella, anch’essa piangente; mi voltai per l’ultima volta a guardare il mio unico amore così bello stagliato contro il sole che tramontava, lo faceva sembrare un dio, un essere di immortale bellezza e affetto.
Mi sfiorò all’improvviso il pensiero del suo prossimo combattimento e l’incantesimo s’infranse come s’infranse il mio cuore alla sola idea di non poterlo più riabbracciare. Con la morte nel cuore mi diressi verso casa, affidai Astianatte alle ancelle e dissi loro di occuparsi dei lavori quotidiani.
Entrai nella camera che avevo diviso con Ettore, chiusi la porta alle mie spalle, mi buttai sul letto e piansi sfogando tutto il dolore che mi pervadeva.
Dolore che ancora oggi risiede nel mio cuore e che nemmeno il più grande pianto potrà mai togliere. La mia vita è pervasa tutta da questo unico sentimento amplificato enormemente dal pensiero del mio povero bambino sfracellato sulle mura di Troia dal figlio di Achille, Neottolemo.
Quando e se mai ritornerò a sorridere sarà insieme a loro e non succederà più in questo mondo che per me è ormai diventato solo sofferenza poiché nulla mi è rimasto delle persone a me care.
Accoglierò con gioia il giorno in cui scenderò nell’Ade se questo è ormai l’unico modo per riunirmi a coloro che morendo si sono portate via un pezzo del mio cuore.

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