I Protagonisti di Scegli Me
Andrea Gentile
«Martino, ciao. Dimmi.»
Il mio sorriso di benvenuto si smorzò all'istante. Il motociclista tutto fasciato di pelle nera non era certo il mio quarantacinquenne vicino.
«Ciao. Chi è Martino?» Andrea mi sorrise e indicando l’interno del mio appartamento continuò: «Posso entrare?»
Mi feci da parte e lo guardai a bocca aperta, che diavolo ci faceva lui qui?
«Stai sgocciolando acqua sul tuo magnifico tappeto persiano e potresti anche chiudere la bocca, Dalla Via, saresti più carina.»
Era vero, ma che lui me lo stesse facendo notare mi irritava e parecchio anche. L’avrei preso volentieri a schiaffi, lì seduta stante.
«Primo: tu sei in casa mia e poco ti deve importare se io rovino il mio tappeto, secondo: sarai bello tu no?»
Qui mi ero dovuta fermare perché mi stavo arrampicando sugli specchi. Lui bello lo era davvero. Anzi bellissimo in quel completo talmente stretto che, se avesse preso anche solo un caffè, il bottone dei pantaloni sarebbe saltato. Dio non avrebbe dovuto permettere cotanta bellezza in un unico esemplare.
Sospirai nel constatare che l’unica cosa che potevo avere da quella mascolina beltà era che io la potessi ammirare, così, da lontano.
Andrea portò il suo imponente corpo dentro il mio monolocale facendolo sembrare ancora più piccolo.
Il mio sorriso di benvenuto si smorzò all'istante. Il motociclista tutto fasciato di pelle nera non era certo il mio quarantacinquenne vicino.
«Ciao. Chi è Martino?» Andrea mi sorrise e indicando l’interno del mio appartamento continuò: «Posso entrare?»
Mi feci da parte e lo guardai a bocca aperta, che diavolo ci faceva lui qui?
«Stai sgocciolando acqua sul tuo magnifico tappeto persiano e potresti anche chiudere la bocca, Dalla Via, saresti più carina.»
Era vero, ma che lui me lo stesse facendo notare mi irritava e parecchio anche. L’avrei preso volentieri a schiaffi, lì seduta stante.
«Primo: tu sei in casa mia e poco ti deve importare se io rovino il mio tappeto, secondo: sarai bello tu no?»
Qui mi ero dovuta fermare perché mi stavo arrampicando sugli specchi. Lui bello lo era davvero. Anzi bellissimo in quel completo talmente stretto che, se avesse preso anche solo un caffè, il bottone dei pantaloni sarebbe saltato. Dio non avrebbe dovuto permettere cotanta bellezza in un unico esemplare.
Sospirai nel constatare che l’unica cosa che potevo avere da quella mascolina beltà era che io la potessi ammirare, così, da lontano.
Andrea portò il suo imponente corpo dentro il mio monolocale facendolo sembrare ancora più piccolo.
Innocenza Dalla Via
Ecco adesso a ventinove anni potevo dire di avere ottenuto tutto dalla vita, oppure no. Qualcosa sembrava mi mancasse o meglio sembrava mancasse ai miei genitori che mi torturavano almeno una volta al mese, la domenica passata in famiglia da brava figlia, con la medesima domanda. Ma un fidanzato non ce l’hai? No e tanto meno lo volevo.
Appena nel mio accompagnatore di turno sentivo aria di decisioni importanti me la davo a gambe levate, adducendo le scuse più fantasiose. A uno, verso i venticinque, avevo detto che avevo fatto un voto e che non avrei avuto un fidanzato se non dopo i trenta. Fatto stava che questo se ne era ricordato e, dopo essere sparito per gli anni necessari, ora stava ritornando alla carica, tempestandomi di messaggi e fiori. Puntualmente rispediti al mittente, ma questo non aveva nessuna intenzione di demordere. Si faceva trovare negli stessi posti che frequentavo io e poi aveva anche la faccia tosta di fingersi sorpreso nel vedermi, come se fosse un caso che ci fossimo incontrati. Come no.
Io stavo bene così, regina nel mio monolocale, non perché non avessi «la grana» sufficiente per qualcosa di più grande, ma perché ero pigra, i lavori domestici non erano proprio il mio primo pensiero, e mai avrei permesso a una persona estranea di riassettare i miei casini. Meno l’appartamento era grande e meno avrei avuto da pulire, il ragionamento non faceva una piega.
Quindi regina, dicevo, di un piccolo regno in cui c’era pure una principessa, ma naturalmente nessun re o principe consorte. La principessa era nella fattispecie di un’altezzosa siamese che decretava la morte di ogni ospite maschio, dall'alto del suo sgabello con cuscino di morbido tessuto è ovvio, che io mi permettevo di far comparire al suo cospetto, con uno sguardo glaciale dei suoi splendidi occhi blu. Un miagolio indignato e se ne andava a coda alta per arrotolarsi sui cuscini del divano e, se il malcapitato provava a ingraziarsela, magari con una carezza, si ritrovava lunghi solchi sanguinanti sul dorso della mano che aveva osato allungare verso di lei. Questo piccolo, peloso concentrato di piccine virtù non poteva che chiamarsi Sweet.


Nessun commento:
Posta un commento